Interview with Antonio Addamiano

Trent'anni al servizio della musica e dei libri: intervista ad Antonio Addamiano, bibliotecario del PIMS dal 1995 al 2026

 

Come è nato il suo interesse per i libri, le biblioteche e, in particolare, per la musica sacra?

Ho intrapreso negli anni ’70 lo studio del flauto dolce e di alcuni strumenti rinascimentali a fiato, svolgendo un’intensa attività concertistica con diverse formazioni di musica antica. All’epoca era molto difficile trovare edizioni musicali che potessero servire alla preparazione di concerti dedicati al Medioevo e al Rinascimento: nonostante la presenza a Roma di alcune grandi catene di negozi musicali, la storia della musica precedente a Monteverdi e Frescobaldi sembrava essere avvolta in una fitta nube di mistero.

È stato quasi automatico cercare di impadronirsi di quegli strumenti che permettessero di “andare alle fonti” della musica rinascimentale, soprattutto della polifonia del Quattro e Cinquecento. Da questo desiderio di ricerca e ampliamento del repertorio concertistico è nato un duplice interesse: verso le istituzioni che conservavano quei preziosi documenti (per fortuna le biblioteche e gli archivi italiani sono tra i più ricchi al mondo) e nei confronti delle fonti musicali vere e proprie, con i loro molteplici problemi interpretativi, dovuti alla struttura materiale, alla notazione musicale, alle forme musicali e letterarie dei brani del passato.

Era un periodo in cui i primi gruppi di musica antica avviavano la riscoperta di brani ancora poco eseguiti (e ascoltati!), ed era necessario acquisire diverse competenze, anche extra-musicali, per avviare una consapevole decodifica di elementi e peculiarità delle fonti che non potevano essere dati per scontati. La distanza temporale da queste testimonianze rendeva necessaria la conoscenza del contesto e delle modalità produttive delle fonti stesse.

 

Quali sono state le sue prime impressioni entrando a far parte del PIMS nel 1995?

Conoscevo già la biblioteca dell’Istituto, perché era stata una struttura assai preziosa per svolgere una serie di controlli bibliografici necessari a concludere un periodo di lavoro per il Ministero del Beni Culturali, che negli anni 1987-1990 aveva avviato un censimento di manoscritti musicali conservati in alcune importanti biblioteche italiane (tra cui quelle del Conservatorio “Santa Cecilia”, della Nazionale Centrale “Vittorio Emanuele II”, di Archeologia e Storia dell’Arte qui a Roma); nel quadro di questo progetto, ideato dal prof. Nicola Tangari, sono state studiate centinaia di fonti musicali dal Cinquecento al Novecento, all’epoca in gran parte da prive di una catalogazione analitica. I volumi conservati nella biblioteca del PIMS hanno permesso al gruppo di lavoro di verificare i dati della catalogazione, grazie alla presenza di repertori musicali, cataloghi tematici, edizioni critiche e opera omnia relativi ai compositori presenti nei codici; sto parlando di un periodo in cui non esisteva ancora l’ausilio della rete internet per la ricerca bibliografica (musicale e non), e tutti i controlli erano svolti su volumi a stampa!

Nella sala “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale di Roma avevo conosciuto il preside del PIMS, p. Bonifacio Baroffio, che cinque anni dopo, con il prof. Tangari, mi ha invitato a presentare la mia candidatura per lavorare all’Istituto.

Nel frattempo, mentre ero bibliotecario all’Università di Viterbo, ero tornato a studiare al PIMS per completare il Catalogo del Fondo Basevi della Biblioteca del Conservatorio di musica “Cherubini” di Firenze, che ho pubblicato nel 1994; e nell’aprile 1995 ho iniziato a lavorare al PIMS, in una biblioteca che fortunatamente già conoscevo bene, da utente.

 

Qual è, secondo lei, il ruolo di una biblioteca specializzata come quella del PIMS?

La biblioteca del PIMS si caratterizza per una duplice natura: è una biblioteca specializzata in musica sacra, ed è situata all’interno di una struttura accademica della Santa Sede, frequentata da studenti provenienti da tutto il mondo. Deve dunque garantire i suoi servizi a diversi tipi di utenza, interna ed esterna, con esigenze assai differenziate. L’ampia segmentazione dei titoli di studio rilasciati dal PIMS (dal baccalaureato al dottorato) e la notevole diversità dei corsi di studio richiedono un armonico sviluppo delle collezioni, in molte direzioni e con diversi gradi di specializzazione. Il focus principale è ovviamente rivolto alle pubblicazioni riguardanti le discipline dei nostri otto corsi accademici, per garantire strumenti di studio utili ed aggiornati; la nostra biblioteca ha comunque un ruolo importante anche nel favorire le ricerche di studenti e studiosi provenienti da altri atenei, pontifici e non, fino al livello post-dottorale.

 

Quali aspetti del suo lavoro le hanno dato maggiore soddisfazione?

Lavorare all’interno di un’istituzione accademica ci dona il privilegio di toccare con mano i cambiamenti nella didattica e nell’apprendimento; farlo nel settore musicale ha costituito per me una splendida occasione di aggiornamento e arricchimento, da tutti i punti di vista: in trent’anni di lavoro ho incontrato al PIMS centinaia di studenti e decine di professori, ciascuno con la sua personalità e con un diverso approccio didattico e metodologico. Lavorare all’Istituto per tre decenni è stato come frequentare un corso di aggiornamento multimaterico permanente.

La collaborazione con quattro Presidi mi ha fatto toccare con mano le differenti modalità con cui si può guidare una realtà accademica complessa come il PIMS: ciascuno di essi ha messo in luce una diversa faccia di un diamante, imboccando una direzione di crescita sulla base delle proprie convinzioni e della situazione storica contingente, oltre che di uno stile personale di leadership.

 

C’è un manoscritto, un libro raro o una collezione particolarmente significativa a cui si sente particolarmente legato? Quale ritiene sia il tesoro più prezioso custodito nella biblioteca del PIMS?

È difficile e anche illusorio tentare di istituire una graduatoria fra decine di migliaia di documenti che testimoniano momenti diversi nella storia della musica: sono particolarmente legato ai cosiddetti “libroni” compilati dal musicologo Laurence Feininger (1909-1976), sui quali ho condotto la mia tesi di laurea. Si tratta di 13 manoscritti risalenti agli anni della Seconda Guerra Mondiale, contenenti le trascrizioni di centinaia di composizioni polifoniche del Quattro e Cinquecento, basate sulle fonti originali, che Feininger consultava direttamente - in archivi e biblioteche di tutta Europa - o delle quali si faceva inviare le riproduzioni fotografiche. Al loro interno è meticolosamente trascritta in partitura la musica sacra composta per le committenze più importanti del Rinascimento. Sfogliare questi volumi provoca un’emozione intensa, e ci fa percepire il legame che, grazie alla musica sacra, ha collegato nei secoli il lavoro certosino di tanti amanuensi, intenti a consegnare alla posterità i capolavori musicali del passato.

 

In che modo la biblioteca è cambiata con l’introduzione delle nuove tecnologie digitali?

La nostra storia nazionale, così strettamente permeata e intrecciata con la cultura cattolica, ha consegnato alle biblioteche, archivi e musei ecclesiastici un patrimonio di beni culturali immenso, strettamente intrecciato con quello custodito delle sedi “civili”. La nostra adesione alla rete di cooperazione bibliotecaria italiana SBN (Servizio Bibliotecario Nazionale) è avvenuta nel 2013, su impulso di mons. Vincenzo De Gregorio, allora preside del PIMS. Per tramite dell’Ufficio Beni Culturali della CEI, che coordina un nutrito gruppo di strutture ecclesiastiche, la nostra biblioteca ha condiviso modalità operative, standard internazionali e servizi all’utenza, ma soprattutto ha condiviso il catalogo delle nuove accessioni, che sono risultate subito visibili on line tramite la rete internet. Grazie all’accresciuta visibilità dei nostri documenti abbiamo riscontrato un aumento dell’utenza esterna, soprattutto proveniente dalle Università e dai Conservatori di musica. Nei prossimi anni la biblioteca dovrà accompagnare efficacemente la svolta digitale promossa da p. Robert Mehlhart all’intero Istituto, ripensando in modo integrato la propria missione, i servizi erogati e il rapporto con i suoi utenti.

 

Che cosa le è piaciuto di più del contatto quotidiano con studenti e professori provenienti da tutto il mondo? Ha qualche episodio o incontro che ricorda con particolare affetto?

Dopo un trentennio di lavoro i ricordi e le persone che porto nel cuore sono davvero numerosi: mi è particolarmente gradito ricordare Antonio Sardi de Letto, docente di pianoforte, scomparso prematuramente nell’anno del centenario di fondazione.

In quel periodo abbiamo pubblicato diversi volumi, che ho curato personalmente assieme al docente di Musicologia - Nicola Tangari - e di Paleografia musicale - Francesco Luisi: lavorare con loro ha costituito un’esperienza di grande arricchimento, non solo professionale, ma umano; nelle tantissime ore passate insieme si toccano inevitabilmente temi e argomenti che oltrepassano l’impegno lavorativo, e che ci investono integralmente come persone, rivelando reciprocamente il nostro modo di “stare al mondo”.

In tutti questi anni ho lavorato gomito a gomito con due assistenti di biblioteca, grazie ad un efficace ampliamento della pianta organica della biblioteca, favorito da Mons. Valentino Miserachs: Maurizio Lauri e Dominik Swiatek sono stati colleghi sempre disponibili e generosi, con cui progettare e realizzare tante iniziative per il miglioramento dei servizi della biblioteca. Ma devo dire che la mia natura curiosa nei confronti delle persone mi permesso di arricchirmi grazie alla vicinanza con tutti i colleghi, dai quali ho molto imparato, in maniera anche inattesa: ciascuno di noi ha un modo di leggere la realtà unico e ben strutturato, e la varietà dei caratteri e degli atteggiamenti ci offre infinite occasioni di riflessione e miglioramento individuale.

 

Quale ruolo può avere la biblioteca nel sostenere la ricerca e la formazione delle future generazioni di musicisti e studiosi? Quali sfide e opportunità vede per la biblioteca del PIMS nei prossimi anni?

La sfida maggiore per le nostre strutture è quella di trasformarsi per essere in grado di accompagnare le future generazioni di musicisti e musicologi in un’epoca di trasformazioni rapidissime, che impattano in tutti i settori della nostra vita: apprendimento e istruzione sono già tra le aree più direttamente coinvolte, e a cascata lo sono le professioni artistiche ed intellettuali, che delle competenze acquisite fanno continuamente uso.

Fare previsioni a lungo raggio è estremamente difficile: quale sarà la musica “sacra” che ascolteremo nelle celebrazioni fra dieci o vent’anni? Esisteranno ancora i concerti (e i concetti!) di musica classica e musica sacra? E i musicisti in carne e ossa saranno sostituiti grazie alla AI? Ma soprattutto: ci sarà ancora un interesse profondo a comprendere la nostra storia e le testimonianze - anche artistiche - che abbiamo ricevuto in dono?

Non credo che assisteremo alla “fine della storia”, ma certamente un ridimensionamento della prospettiva storica è in corso, e ne abbiamo sotto gli occhi già alcuni indizi. Le biblioteche non smetteranno di costruire ponti fra gli uomini e le loro esigenze conoscitive, in forme sempre nuove e in parte imprevedibili. Come ha scritto Marguerite Yourcenar, «Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito […]. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di “passato”, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti».

Quali qualità ritiene indispensabili per essere oggi un buon bibliotecario?

A parte le competenze tecniche e professionali, unite ad una conoscenza il più possibile ampia della musica e della sua storia, credo che alla base del nostro lavoro ci debba essere la capacità di ascolto dei bisogni e delle esigenze (spesso… poco chiare!) di coloro che entrano in contatto con noi.

Le biblioteche sono ponti bidirezionali fra utenti e documenti: lo studio in biblioteca può rappresentare un’esperienza davvero folgorante, se si viene indirizzati ad utilizzarne appieno tutte le potenzialità e i servizi.

 

Guardando al suo percorso, di che cosa va più orgoglioso?

Le cose che mi rendono più contento sono relative all’apertura del PIMS e della sua biblioteca verso l’esterno; ad un’osservazione retrospettiva si è trattato di numerose tappe di un percorso che mira a proiettare i valori e le pratiche del PIMS al di fuori della sua comunità: l’adesione alla rete SBN, che ha allargato i confini di una biblioteca di settore poco conosciuta all’utenza esterna; la collana Didattica e saggistica, che ha visto la pubblicazione di dieci volumi negli ultimi anni, ha contribuito a diffondere i risultati delle ricerche storico-musicologiche del PIMS al di fuori del suo àmbito; la cura editoriale di alcuni volumi, fra cui quelli del centenario del 2011, con l’organizzazione di un convegno internazionale di studi che ha visto la partecipazione di oltre cento studiosi, ha rappresentato un momento unico di cooperazione di tutte le forze dell’Istituto verso un traguardo tanto importante quanto impegnativo, terminato con la pubblicazione degli Atti in tre ponderosi volumi, di oltre mille pagine. I ringraziamenti alla nostra biblioteca fatti da tanti studiosi che l’hanno frequentata per scrivere i loro lavori scientifici sono anch’essi una testimonianza tangibile del valore di una struttura di questo tipo, che germoglia nei pensieri e negli scritti di coloro che l’hanno potuta apprezzare.

 

C’è un messaggio che desidera lasciare alla comunità del PIMS?

Rispondo a quest’ultima domanda con alcune citazioni - che spaziano da sant’Agostino ai nostri giorni - dedicate ai libri, alla lettura e ai documenti che interroghiamo come fonti per la comprensione storica.

Sottolineano, con parole diverse, come l’humanitas alla base della nostra civiltà è inscindibile dall’attenzione alle testimonianze ricevute in eredità dai nostri predecessori. La cura per la cultura come fattore specificamente umano conserva la sua importanza e il suo valore, e la musica ne costituisce una parte essenziale, in dialogo serrato con tutte le altre.

I tuoi libri, che hai ricavato dal granaio di Nostro Signore, ti mostrano a me quasi per intero. Io non ti conosco, perché non ti ho mai visto fisicamente […]. Se però ti conosci in quanto conosci il tuo animo, allora anch’io ti conosco attraverso il tuo animo, nei tuoi scritti.

S. Agostino

 

I libri ci offrono un diletto molto profondo, ci parlano, ci consigliano e si legano a noi in una sorta di familiarità viva e penetrante.

Francesco Petrarca

 

Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; […] e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

Nicolò Machiavelli

 

Di solito usiamo i cataloghi delle biblioteche o degli archivi per trovare quello che stiamo cercando: ma è possibile usarli anche per trovare l'ignoto, qualcosa di cui non sospettiamo l'esistenza. […] Alla scintilla che in certi casi dà il via alla ricerca deve seguire la filologia: l'arte di leggere lentamente.

Carlo Ginzburg

 

Sono convinto che per continuare a “costruire storia” e a coltivare ideali e princìpi di magnifica humanitas le biblioteche siano il laboratorio ideale, oltre che luoghi meravigliosi per crescere, ciascuno secondo il proprio ritmo.